Winehouse… un sogno infranto?

Tra un concerto e un matrimonio, Amy Winehouse ha trascorso l’estate entrando e uscendo da una clinica all’altra. Eroina, crack e alcol: una pericolosa dipendenza da cui né Blake Fielder-Civil, il giovane marito non propriamente estraneo ai fatti, né i genitori riescono a tenerla lontana. Giovedì scorso, l’ultimo capitolo della rovinosa novela: la coppia è stata fotografata all’uscita del Sanderson, un albergo londinese, in condizioni drammatiche. Lei escoriata, il make-up sfregiato, macchie di sangue sull’abito e sulle scarpe, spaventosamente magra; lui sfigurato da graffi profondi sulle guance e sul collo. La violenta baruffa notturna è stata udita da tutti gli ospiti dell’hotel. La cantante ha solo fatto un commento lapidario per scagionare il marito: “Non è colpa sua, Blake mi ha solo salvato la vita”.

Amy Winehouse è cresciuta nel quartiere di Southgate fino a nove anni, quando suo padre Mitch, ebreo londinese di professione autista, e sua madre Janis, farmacista, si separarono. A scuola non ebbe vita facile, “fui bollata come iperattiva e mi tagliarono le gambe”. A dieci anni formò con Juliette, l’amica del cuore, un duo alla Salt-N-Pepa battezzato Sweet’N’Sour; a quindici aveva già confidenza con il grande repertorio jazz. È stato Simon Fuller, l’uomo che ha inventato le Spice Girls e il reality “American idol”, a scoprirla: “Era Mahalia Jackson, Aretha Franklin e Courtney Love in una sola cantante”.

Frank, l’album d’esordio del 2003, ha venduto 250 mila copie in Inghilterra, ma il secondo, Back to black, ha superato ogni aspettativa. In pochi mesi la Winehouse ha fatto il grande salto, diventando la rockeuse numero uno della scena internazionale, protagonista di tutti i più importanti festival estivi, come l’affollatissimo Coachella, negli Usa (il suo album è prepotentemente entrato nella top ten di Billboard superando il milione di copie vendute; questa settimana è al n°14), collezionando un numero impressionante di copertine, dai tabloid a Spin e Rolling Stone.

“Il sogno rock si è miseramente infranto. Era una religione i cui adepti si sono dispersi. Solo ascoltando Amy Winehouse ho avuto la certezza che il rock può ancora generare un culto”, ci ha detto George Michael. Prince ha eseguito, in molti concerti del suo tour estivo, Love is a losing game, pezzo forte di Back to black, e gli Arctic Monkeys, campioni del nuovo rock, hanno inserito in scaletta You know I’m no good. Ma Amy è piuttosto scettica quando si parla di rock: “Non conosco nessuna canzone dei Led Zeppelin o dei Pink Floyd”, dice. “Sono cresciuta con Sinatra, Tony Bennett, Dinah Washington, Etta James. E ho una venerazione per i gruppi vocali femminili degli anni Sessanta, Ronettes, Shirelles, Shangri-Las”.

Spesso le cantanti di temperamento sono timide e spaesate fuori dalla scena, la Winehouse invece ha nella vita la stessa prepotenza che sfodera davanti al microfono. “Non ho niente da nascondere”, borbotta imbronciata, cercando di sciogliere con le dita i nodi delle complicate extension che usa per rendere più aggressiva la sua acconciatura. “Quella che i tabloid hanno ingaggiato con me è una guerra persa. Non voglio spendere una lira per denunciarli, sono io stessa che li metto sulle tracce della mia vita privata. In che modo? Con le canzoni, perché io scrivo solo dei miei sentimenti. Morirei se non lo facessi. Lo so, non c’è niente di spettacolare nella giornata di una come me, ma la musica è l’unica terapia che ho a disposizione per trasformare un fallimento in vittoria. Vi piace Rehab? Bene, parla del mio tentativo di superare la mia tossicodipendenza. Sono andata in un centro solo perché mio padre ha voluto che lo facessi. Ma sa come vanno queste cose, se non sei tu a deciderlo…”.

L’album Back to black è interamente ispirato a una love story naufragata, quella con il 23enne Blake Fielder-Civil, assistente alla produzione di videoclip e spot pubblicitari. “Un grande amore, l’ho tradito e sto pagando”, ci raccontò la scorsa primavera, quando i segni della sua dipendenza non erano ancora così vistosi. Per farsi perdonare, si fece tatuare il nome di lui all’altezza del cuore. La storia d’amore, almeno quella, ha avuto un lieto fine. “Blake si è preso le sue rivincite, ma alla fine ci siamo sposati” (lo scorso maggio a Miami).

Così anche i tabloid americani hanno cominciato a brontolare: ecco un’altra bella coppia alla Kate Moss-Pete Doherty. “Per forza”, incalza lei, “ho raccontato tutto di me: le sbronze, la bulimia, la depressione maniacale”. E di quella notte ad alto tasso alcolico in cui in una rissa da pub ci ha rimesso un canino. Ha dovuto sospendere un concerto alla Brixton Academy di Londra dopo che, ubriaca fradicia, ha vomitato sul palco. Durante un talk show televisivo, ha chiesto “un bicchiere di qualcosa”, e ha sputato in diretta quando si è accorta che le avevano servito dell’acqua. Dopo la “notte di sangue” al Sanderson, tutti gli impegni americani sono stati cancellati. Confermato (per ora) il tour d’autunno in Europa, con una data italiana prevista per il 26 ottobre al Rolling Stone di Milano (repubblica.it).

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