Keith Jarrett… addio.

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Di caratterini, a Perugia, hanno una certa esperienza. La tradizione indigena è pepata, c’è un bel gusto dello scambio vivace, brusco, aperto, e l’aria della città s’è affollata di milioni di aneddoti; ma se poi questa umorosa indole locale si mette insieme al temperamento non proprio buddhista d’un supergrande come Keith Jarrett, è già tanto che il rapporto fra Umbria Jazz e l’immenso pianista sia arrivato fino a oggi, indenne nei decenni a partir dai lontani Settanta, con una montagna di strepitosi successi e di sospiri rapiti che, puntualmente, facevano lievitare, con quelle del divo, pure le quotazioni del prestigioso Festival. Però, l’altra sera, il fragile meccanismo di quel felice codice seduttivo s’è inceppato, e una storia d’amore e di arte pare davvero conclusa per sempre.

Jarrett, lo sanno tutti, è un maniaco. Uno che se vede un flash accendersi nella notte diventa matto: ma in Italia siamo fantasiosi. E l’altra notte, all’Arena di Santa Giuliana, fra i quattromila ci dovevano esser molti adoranti neofiti, ignari dell’idiosincrasia di questo fenomeno artistico, il cui talento è inversamente proporzionale alla pazienza. Era arrivato già bello carico, pronto a convincere il pubblico con le buone o con le cattive. E deve aver pensato che voleva esser più convincente, e dal palco il suo prevedibile pistolotto antiflash si è fatto più duro e perentorio del solito. La sua dizione ricorrente è: «Niente flash o ce ne andiamo», ma questa volta gli è sfuggita qualche parola in più, un riferimento alla «damn city», questa dannata città.

Il concerto, sublime, inizialmente ha fatto deporre le armi dall’una e dall’altra parte. Ma il secondo tempo è stato piuttosto breve, e la gente poi si è predisposta con entusiasmo ai bis, che sono di solito la parte più succosa della serata. Invece niente. L’artista non ha concesso bis. Sarà stato più stanco del solito, e poi è anche vero che invecchiando difficilmente si migliora: fatto sta che quando il pubblico ha capito che la festa era finita, e che Jarrett non sarebbe tornato, sono esplosi verso il palco fischi e reprimende (di sicuro non attribuibili al vicepremier Rutelli, che aveva assistito alla serata con la sua Signora).

Infuriato, fuori di sé, forse stanco di questo rituale per lui di guerra, che per quanto ci ricordiamo sempre si è ripetuto negli ultimi concerti a Perugia (6 volte in 10 anni) l’immenso pianista ha sentito i fischi, è girato sui tacchi e se n’è andato. Però nell’aria, con il dolce ricordo della musica, è rimasta pure la sua definizione di «damn city»; un perugino doc come lo zar di Umbria Jazz, Carlo Pagnotta, se l’è legata al dito e giura che non inviterà mai più: trattandosi dell’artista jazz più celebrato al mondo, non è cosa da poco. Più tardi Pagnotta ha sviluppato il proprio pensiero: «Capisco tutto, perfino l’ossessione delle telecamere, ma non si può insultare un pubblico e addirittura una intera città per colpa di qualche flash. L’artista Jarrett è sublime, l’uomo molto discutibile. Sono venuti in tanti da centinaia di chilometri, pagando fior di quattrini per lui. Non possono essere trattati così. Ovviamente, anche la parolaccia volata dalla platea è da condannare, ma ormai il clima si era rotto e non per colpa del pubblico. E poi, all’inizio, quell’insulto di Jarrett alla città… Ci siamo sentiti fra noi, e abbiamo deciso che con lui abbiamo chiuso. Resterà sempre parte della storia di questo Festival, ma faremo a meno della sua musica» (La Stampa).

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