Russell Simmons l’educato…

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Troppo è troppo. Anche il padrino dell’hip-hop moderno, Russell Simmons, è sceso in campo per bandire dai testi di musica rap termini volgari, sessisti ed offensivi.

Quasi un controsenso? Il dibattito non è nuovo, come riferiscono il New York Times e l’Independent, ma questa volta il richiamo all’ordine arriva da un insider e proprio per questo è destinato a far discutere di più. Il fratello maggiore del reverendo Joseph Simmons, meglio noto come Run dei Run-DMC, e co-fondatore dell’etichetta pionieristica di riferimento – la Def Jam Records, che ha nella sua scuderia anche i Beastie Boys e LL Cool J – è stufo, ed è in buona compagnia.
Tre in particolare sono i termini nella lista nera da lui stilata: “bitch”, “ho” (whore) e “nigger”, che da soli ammontano ad una percentuale più che consistente del vocabolario cui il genere solitamente attinge. “Parole totalmente offensive, non rispettose della dolorosa misoginia che in particolare le donne africane hanno dovuto affrontare negli Stati Uniti” ha tuonato Simmons affidando la sua dura presa di posizione ad un comunicato emesso dalla Hip-Hop Summit Action Network.

Per quel che riguarda “nigger”, poi, “è dispregiativo da un punto di vista razziale” e risulta offensivo in relazione alle “molteplici forme di razzismo subite dagli afroamericani e dalle altre persone di colore”.

L’uscita di Simmons ha contribuito a riaccendere il dibattito sul politicamente corretto. E se qualcuno l’ha giudicata una mossa dovuta, anzi tardiva, per altri non è che un pro forma, che non cambia la sostanza: non mette al bando i contenuti, tocca solo la forma in cui vengono espressi.
Simmons, che ha dato un contributo fondamentale nel portare fuori dal ghetto il rap, trasformandolo in un fenomeno mainstream, dal canto suo si difende: “E’ un primo passo. E’ un messaggio chiaro e una mossa di coerenza che vogliamo l’industria accetti per responsabilità sociale” ha detto in un’intervista all’Associated Press.

Una sorta di riflessione amara, la sua, sul percorso compiuto in questi anni dall’hip-hop, nato negli anni ’80 come espressione delle frustrazioni urbane dei neri e scivolato poi sempre di più nella celebrazione di una sottocultura della prigione, incitando all’odio e alla violenza.

E un tema, quello della volgarità del linguaggio, che sta accendendo gli Stati Uniti e mietendo diverse vittime: dall’ostracizzazione di un comico statunitense, Michael Richards, dopo l’insulto razzista ad uno spettatore durante uno spettacolo, fino al licenziamento da parte della CBS Radio nelle scorse settimane di un controverso conduttore, Don Imus, finito nella bufera per aver insultato con termini razzisti e volgari una squadra universitaria di basket femminile – Rutgers – la cui maggioranza delle atlete sono afro-americane.

Un codice di autocensura è già di fatto in vigore per le versioni delle canzoni hip-hop trasmesse in radio, piene di “bleep” e “sfumature” nei punti più critici. Ora Simmons, i big dell’industria insieme alla Hip-Hop Summit Action Network, chiedono di più: standard precisi e linee guida documentate per regolamentare la messa in onda di materiale audio e video (repubblica.it).

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