I 30 anni dello Studio 54…

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Meraviglioso. Straordinario. Folle. Trent’anni fa, la sera del 26 aprile 1977, apriva a New York il più strabiliante dei locali notturni, lo Studio 54. Qualcuno lo definì persino l’ottava meraviglia del mondo, tanto l’aria che si respirava al suo interno era unica e esclusiva. Non si era mai visto nulla di simile prima di allora, neppure durante gli anni Sessanta che a New York avevano portato stravaganza e voglia di divertimento. Non a caso, la Mecca dello scintillante popolo notturno della Grande Mela divenne il locale più chiacchierato e fotografato in solo un paio di settimane, e chiunque avrebbe voluto passarci almeno una serata. Lo Studio era il solo luogo in cui, tra personaggi famosi e gente comune, si poteva davvero aver accesso a qualsiasi trasgressione. Nel nome del piacere e al ritmo ovviamente della disco music più moderna. Se c’era una tendenza a venire, dal 1977 al 1978, anno in cui per la prima volta lo Studio 54 venne chiuso, sarebbe nata lì.

E dire che prima di trasformarsi nella discoteca più famosa al mondo, quei 1800 metri quadrati al numero 254 Ovest della Cinquantaquattresima Strada a Manhattan, tra la Settima e l’Ottava Avenue, erano stati usati dal 1930 come locali di un teatro ristorante chiamato Casino de Paris, poi trasformati in uno studio di posa televisivo dalla CBS nel decennio successivo. Per ultimo, dalla fine dei ’60, abbandonato anche dalla CBS, non era più stato usato. Fatiscente e al limite delle leggi sull’igiene, nel 1976 venne rilevato da Uva Harden, un indossatore proveniente da Amburgo che aveva sempre sognato di aprire un club capace di scioccare New York e il jet set internazionale. Dopo aver sposato l’attrice Barbara Carrera, quell’edificio vuoto sulla Cinquantaquattresima Strada, scoperto per caso, gli sembrò perfetto per il suo progetto di una discoteca avanti nel tempo. Destino volle peraltro che non fosse Harden ad aprire lo Studio 54. Indebitato prima di portare a termine i suoi sogni, Harden infatti vendette l’intero investimento a Steve Rubell, figlio di un impiegato delle poste di Brooklyn, e a Ian Schrager, compagno d’università di Rubell ed ex agente immobiliare. I due, con l’appoggio come socio del magnate Jack Dushey, in sole sei settimane allestirono e crearono il mito di un luogo da favola.
“Il più bel ricordo che ho dello Studio è legato al lancio di I Will Survive. La cantai lì per la prima volta perché per avere successo, dovevi innanzitutto passarci. Era come se si accedesse a un altro pianeta. Non era cosa per gente priva di curiosità: in ogni senso, dal sesso alla droga, alla musica, alla mondanità”, ha spiegato una volta Gloria Gaynor a proposito delle folli notti sulla Cinquantaquattresima. Difficile darle torto. Già la sera dell’inaugurazione, mentre fuori si accalcava una folla di star e curiosi, tra transenne rivestite di velluto, palme e alberi di fico alti sei metri, l’evento più atteso di New York diventava già leggenda. Nessuno poteva avere la certezza che pagare i dieci dollari d’ingresso fosse sufficiente per entrare. Nemmeno se gli avventori si chiamavano Andy Warhol, Mick Jagger, Liza Mannelli o Rudolf Nurejev, Truman Capote, Calvin Klein, Diana Ross o Jack Nicholson, giusto per citare alcuni degli habitué di quel locale. Perché lo Studio fu anche la prima discoteca a fare selezione all’ entrata, dove solo al capo dei buttafuori, Marc Benecke, e al suo vice, Al Corley, che in futuro sarebbe diventato famoso come attore di Dynasty, spettava decidere chi, tra stelle di primi grandezza e facce qualunque (‘princes and plumbers’, principi e idraulici per usare le loro parole) era abbastanza trasgressivo, affascinate, sballato, famoso o celebre per guadagnarsi l’ingresso.

L’ordine era di fare entrare un numero equilibrato di tutto. Steve Rubell sapeva bene che per rendere famoso il suo locale, occorreva innanzitutto creare un’aura esclusiva. Si racconta che una sera persino a Cher venne rifiutato l’ingresso. O di una coppia di sposini, ai quali, sadicamente, venne concesso solo a lui di entrare, mentre lei rimase per tutta la notte in attesa del marito. Tanta voglia di esserci era peraltro giustificata da quello a cui si andava incontro una volta varcato il portone. La pista da ballo dello Studio 54 era costantemente bombardata da uno spiegamento di luci ed effetti visivi differenti, mentre l’arredamento era composto da divani fluorescenti, fiamme di stoffa svolazzanti, strisce di alluminio che ondeggiavano, neon rotanti, luci stroboscopiche, torri di riflettori colorate, palloni lanciati in momenti prestabiliti, con bufere di neve sintetica che nel clou della serata precedevano l’arrivo dell’Uomo sulla Luna. Era una delle tante trovate di Rubell, che nel cast di celebrità del suo locale poteva vantare anche donne bellissime come Donna Summer o Grace Jones o Bianca Jagger, che per il suo compleanno organizzò una festa allo Studio in cui si presentò in sella a un cavallo. Perché, tra quelle mura, la trasgressione era fondamentalmente la prima attrazione di qualsiasi serata. A partire dalla droga, che si poteva trovare e consumare in qualsiasi soluzione e quantità, per arrivare ovviamente al sesso (l’Aids non era ancora consociuto).
Rimorchiare era facilissimo in pista (leggenda narra che quasi bastasse dire un “ciao” per poter far sesso) e se non era sufficiente, si poteva sempre chiedere aiuto ai ragazzi del bar – etero e bisex nudi sino alla cintola – per aver accesso a una zona sorvegliata da occhi indiscreti nel seminterrato o nella balconata. E poi, per finire, quasi a fare da collante a tutto, c’era la musica. Si ballava tra mezzelune argentate grazie a Nick Siano, il primo deejay a mixare con tre piatti diversi il meglio della disco di quel decennio. Tre anni dopo la sua pazza corsa, cominciarono però i primi problemi. Lo Studio 54, incredibile a dirsi, si scoprì che non aveva la licenza per la vendita di alcolici. E più tardi, quando la mattina del 14 dicembre 1978 la polizia entrò facendo il primo raid, emersero anche evasioni fiscali a quattro zeri. Era l’inzio della fine, dopo solo un anno dall’inaugurazione, per il locale più chic del mondo. Ancora oggi se ne parla e si ricordano le sue notti. E se non ci fosse stato lo Studio 54 è probabile che il divertimento notturno, come oggi lo conosciamo, sarebbe tutto un’altra cosa (kwmusica.kataweb.it).

14 Risposte to “I 30 anni dello Studio 54…”

  1. Ho visto il film, con Mike “Austin Power” Myers nel ruolo di Steve Rubell, il boss dello studio.

    Era Il locale, altro che Old Fashion, Hollywood e compagnia bella. Riuscire ad entrare nello Studio era il sogno per migliaia di ragazzi e ragazze.

  2. ERA L’OTTAVA MERAGLIA DEL MONDO.ORA PURTROPPO NON RESTA NULLA,MA PER COLORE CHE TRA QUELLE MURA HANNO BALLATO,ANSIMATO E SUDATO,CHE LA’SI SONO STRAVOLTI E HANNO FATTO SESSO,IL”54″RESTA SOPRATTUTTO UN’ESPERIENZA INDIMENTICABILE.”IL PUNTO D’ORIGINE DI UN’INFINITA’DI LEGGENDE DISCO URBANE.
    COSA DAREI PER ESSERE LI UNA ERA NEI FAVOLOSI ANNI DEL”54″
    CIAO “54”

  3. k54 / DECA Says:

    ”la strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza”
    steve rubell

    seeya

  4. Betty e Henry Says:

    Siamo stati recentemente a New York e naturalmente nella 54 th dove c’era il mitico Studio 54 siamo entrati nell’atrio (che è rimasto come allora) oggi un teatro , purtroppo è stato tutto dimenticato e la via è molto squallida e triste anche se in pieno centro.
    L’unica cosa rimasta dello studio 54 sono le porte con le scritte originali e la musica che ascoltiamo sempre.

  5. erano anni fantastici iniziava tutto gioie e dolori .

  6. uno mi ha raccontato che ci è stato ai tempi … il film non ha enfatizzato niente di quello che accadeva …

  7. marco (bibi) Says:

    ke anni straordinari quegli anni ragazzi !!!! ho lavorato in una disco a miramare di rimini nel 95 96 l atmosfera era la stessa credetemi trasgressione ecc…. viva lo studio 54 !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! bravo rubell

  8. ah ke tempi…!!nn ci sono parole x commentarlo!!….semplicemente STUDIO54 da capogirooo

  9. I LOVE STUDIO54 Says:

    Pensare che la vita è una ma il 54 è per sempre!!!Telmente provo emozioni per cos’era quel locale che mi vengono i brividi!CONTINUATE A RICORDARLO….UN GIORNO FORSE RITORNERA’!!!!!!!!!!!!!!1

  10. provate il duel:beat di napoli da le stesse sensazione stessa musica…atmosfera unica

  11. cosa darei per passare una serata al 54….ho visto il film c’era una
    situazione favolosaaa sesso droga orge sucedeva di tuttoooo!
    pensate che essere il barista dello studio 54 significava che potevi scoparti modelle e in piu eri famoso in tutto il mondo!
    quanto vorrei che nascesse di nuovo uno st. 54!impossibile!
    ciao studio 54-

  12. sono un ex dj e anch’io come voi ho visto il film …….non ha fatto altro che alimentare maggiormente l’immensa stima che provo x ciò che ha lasciato questo locale.

    la musica ,la rigorosa selezione all’entrata ,la gente ,i vip, la moda del periodo ,la libertà negli eccessi ,tutti ingredienti “giusti” per rendere chiaramente magica e surreale l’atmosfera’70.

    Ho sempre sognato di lavorare come dj in un locale simile……
    oggi “purtroppo” è difficile trovare un altro genio come steve barell e le sue invenzioni !!!

    grande STUDIO 54 !!!!
    k*B

  13. scusate l’errore……STEVE RUBELL e non Barell…….

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