Musica e cervello…

Che sia classica o leggera, jazz o new age, la musica è presente nella vita di tutti, pur se a vari livelli di fruizione, dall’ascolto distratto delle canzoni alla radio all’approccio professionale di chi di musica vive, e non solo economicamente. E, comunque, tutti o quasi hanno un motivo preferito, che ricorda qualcosa, che è associato a un’emozione, a una circostanza particolare. Ma perché è così importante la musica per l’essere umano?
«La caratteristica più importante della musica è proprio quella di essere in grado di darci piacere e appunto emozioni», dice il professor Tomaso Vecchi, direttore del Dipartimento di psicologia presso l’Università di Pavia, autore insieme a Daniele Schon e Lilach Akiva-Kabiri del libro Psicologia della musica (edito da Carocci). «Ma all’interno di questa dinamica, il risultato cambia, ad esempio a seconda del ritmo: se è più veloce viene associato a uno stato di attivazione più intenso, come per esempio avviene con la musica rock; altre musiche, come certi tipi di brani classici o altre musiche moderne chiamate “di atmosfera”, hanno un effetto più rilassante. Però, questo risultato non è solo un riflesso automatico: è legato anche a una componente di educazione al linguaggio musicale». «Vi è poi — prosegue Vecchi — la valenza comunicativa: la musica è un linguaggio universale, che permette di convogliare stimoli emotivi e ci mette in relazione con gli altri ».
Un esempio importantissimo di questa possibilità di comunicazione attraverso la musica è il caso del rapporto tra mamma e bambino, il canto materno, la ninna nanna che aiuta il piccolo a prendere sonno. «C’è un motivo biologico alla base di questo: il bambino è in grado spontaneamente di riconoscere la musica, e non accade solo al neonato, ma ancora prima — spiega il professor Vecchi —. Ci sono studi che hanno evidenziato come il feto negli ultimi mesi di gravidanza sia in grado di comprendere la musica che lo raggiunge nel grembo materno e, esattamente come avviene negli adulti, “risponda” in maniera diversa a seconda del tipo di musica e del ritmo».
Una caratteristica innata quindi, più o meno presente, ma ciò non vuol dire che le capacità musicali piovano dal cielo. Non si diventa musicisti senza un esercizio adeguato, che a un certo livello è davvero notevole. Una ricerca, citata nel libro di Vecchi, ha dimostrato che gli studenti di violino che erano considerati eccellenti dai loro professori avevano accumulato fino all’età di 21 anni il doppio delle ore di studio (circa 10mila) rispetto ai compagni considerati di livello medio. Naturalmente ci sono le eccezioni e in alcuni casi la predisposizione genetica sembra l’unica spiegazione per fenomeni di genialità, come nel caso di Mozart. Però, anche per il grande musicista austriaco l’ambiente deve aver giocato un ruolo importante, visto che il compositore è cresciuto con un padre musicista.
Ma se Mozart già a 4 anni era in grado di scrivere musica, e sembra anche in modo apprezzabile, non è detto che chi non si applica da piccolo debba perdere le speranze di diventare un musicista. Qui entra in gioco la cosiddetta «plasticità cerebrale », che sfata tesi a lungo sostenute, cioè che il cervello è geneticamente definito e che dopo la nascita i cambiamenti possibili sono minimi. In realtà, oggi si riconosce al cervello un’importante plasticità, ossia la possibilità che possa modificarsi nel tempo. Ed esistono esempi di personaggi importanti che hanno iniziato tardi la loro professione di musicisti e hanno raggiunto livelli di vertice.
Perciò, non è mai troppo tardi anche per la musica, anche se è meglio cominciare da piccoli. «E per vari motivi — dice il professor Vecchi —. Intanto, perché la musica è bella e far fare ai bambini attività “intellettuali” che diano piacere è fondamentale. Poi, perché quanto più si esercitano attività “cognitive”, che impegnano la mente, tanto più ci possono essere ricadute favorevoli sulle prestazioni intellettuali in generale». «Il discorso, — prosegue Vecchi —cambia molto, però, tra il musicista “ingenuo” e il musicista esperto: diverse sono proprio le strategie mentali impiegate. Per l’esperto, infatti, la musica diventa un linguaggio formale molto simile alla scrittura e il tipo di elaborazione cognitiva è vicina a quella che avviene normalmente per le attività verbali. Aumenta, quindi, la possibilità di generalizzare strategie e di utilizzare i medesimi meccanismi cognitivi in più ambiti» (corriere.it).

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: